Avevo bisogno di staccare. Di un weekend che non fosse il solito “relax, mare e spritz” (per quanto io ami ognuno di questi elementi), ma che sapesse di motori. Volevo qualcosa di diverso, qualcosa che mi facesse battere il cuore forte — e non per un algoritmo andato in tilt o una bolletta inaspettata. Così, ho detto: “E se andassimo a Misano per la MotoGP?”
E no, purtroppo non sono cresciuta nei box, ma mi affascina da morire il mondo delle corse. Quel misto di follia e disciplina, di velocità e controllo, di istinto e strategia. Così è cominciata la mia piccola avventura su due ruote (metaforiche): Gran Premio di San Marino, con estensione turistica a Tavullia, terra natale di Valentino Rossi, e a Coriano, dove si trova il Museo dedicato a Marco Simoncelli.
Giorno 1: Arrivo a Misano – Quando la passione si sente nell’aria
Sono arrivata il sabato, giusto in tempo per le prove libere e le qualifiche. La prima cosa che ti colpisce è l’atmosfera. Tutto il paese è in fibrillazione: bandiere, motociclisti ovunque, camper parcheggiati come fossero pezzi di Tetris e un’energia collettiva che ti contagia anche se non hai mai guardato una gara in vita tua.
Mi sono sistemata in un hotel a Cattolica a pochi km dal circuito, in un hotel perfetto per chi vuole godersi l’evento senza stress (prenotato mesi prima, ovviamente). Se vuoi fare come me, qui trovi l’hotel che ho scelto. Ovunque si vedeva il 46, era stampato sopra ad ogni cosa. In reception mi hanno dato una mappa della zona con indicati i punti migliori per vedere la gara, mangiare bene e non restare imbottigliata nel traffico del dopo-evento. Leggende.
Poi, cappellino giallo (acquistato), felpa gialla (acquistata) e non dimenticare uno zainetto leggero ma spazioso come questo che trovi qui e.. via verso il circuito.
Il Circuito Marco Simoncelli: adrenalina e pelle d’oca
Se non sei mai stato a una gara MotoGP, preparati: non è solo guardare moto che girano veloci, è un’esperienza sensoriale totale. Il rombo delle moto ti entra nel petto, letteralmente. Non è un suono, è un’onda d’urto. Per i momenti più intensi, le cuffie antirumore sono una salvezza (soprattutto se sei sensibile ai rombi). Ogni curva è un brivido collettivo, ogni sorpasso una scarica di endorfine che fa urlare intere tribune.
Ho assistito alle qualifiche e già lì il livello di competizione era alle stelle. Martin che si lanciava come un samurai, Bagnaia elegantissimo come se la moto fosse un’estensione del suo corpo, e giovani piloti che mordevano l’asfalto per guadagnarsi un posto in prima fila.
E io lì, in mezzo a migliaia di tifosi con facce dipinte, cappellini VR46 ovunque, birre in mano e una passione viscerale che si percepisce nei cori, negli sguardi, negli abbracci dopo un giro particolarmente emozionante.

Serata a Cattolica: il mare, la piadina e il briefing
Dopo un’intensa giornata di motori, ho fatto un salto a Cattolica per una cena vista mare. I ristoranti erano un’esplosione di tifo: tavolate con fan in magliette gialle, cappellini VR46 ovunque, e conversazioni così tecniche che sembravano uscite da un box della MotoGP. Ho ordinato una piadina con crudo e squacquerone (sono pur sempre una viaggiatrice foodie!) e ho ascoltato due ragazzi al tavolo accanto fare previsioni come se fossero veri ingegneri di pista. Giuro che uno aveva anche un cronometro al polso.
La notte è passata tra sogni di sorpassi al photofinish e il suono delle moto che ormai si era fissato nel mio cervello. Un concerto di valvole, cambi e scarichi che non avrei mai pensato di trovare così affascinante.

Giorno 2: Gara, emozione pura e il cuore in gola
La domenica è “il giorno”. Lo senti nell’aria. La gente arriva prestissimo. Le tribune sono un arcobaleno di bandiere. Il caldo è feroce, ma chi se ne importa? Inizia la Moto3, poi la Moto2. E infine, il momento atteso: la MotoGP.
Non ti racconterò la cronaca giro per giro — ci sono siti molto più esperti per questo. Ti dirò solo che ho urlato, riso, trattenuto il respiro, e mi sono commossa. Ogni curva è un colpo al cuore. I sorpassi sono piccole guerre di coraggio e io mi sono pentita di non avere comprato una GoPro per filmare certi sorpassi! E quando la bandiera a scacchi ha segnato la fine, ho capito perché chi ama questo sport lo considera una dipendenza: perché ti toglie il fiato ma ti fa sentire più vivo che mai.
Tavullia: dove tutto parla di Valentino
Dopo l’adrenalina della gara, ci siamo diretti verso una meta che, per ogni appassionato di MotoGP, ha lo stesso valore di un pellegrinaggio: Tavullia, la città natale di Valentino Rossi. Ma chiamarla “città” è fuorviante: Tavullia è un’anima, una bandiera gialla sventolante tra le colline marchigiane, un piccolo mondo dove ogni angolo racconta una parte della leggenda del Dottore.
Abbiamo fatto subito tappa al celebre VR46 Store, ovviamente. E non sarei potuta uscire da li senza la tessera del tifoso. Il rischio di perdere il controllo della carta di credito è altissimo, tra tute in miniatura, magliette, cappellini, tazze e gadget di ogni tipo con l’inconfondibile numero 46 stampato sopra. E non importa quanti anni hai: dentro a quel negozio, torni bambino.
Poi è arrivato il momento clou della visita: abbiamo pranzato al ristorante Da Rossi (che oggi si chiama L’Osteria Tavullia), che si trova proprio dietro allo store. Non è solo un ristorante, è un tempio per chi ama la MotoGP. Le pareti sono tappezzate di foto, caschi, tute originali, trofei e cimeli che raccontano una carriera leggendaria. Da un angolo all’altro, si respira un misto di storia e mito, come se ogni oggetto avesse qualcosa da raccontarti.



Il menù è sorprendentemente genuino, con piatti tipici romagnoli e una qualità che ti fa venire voglia di ordinare il bis anche solo per restare lì più a lungo. Io ho preso dei tagliolini fatti in casa con ragù bianco e una piadina ripiena che era la perfetta sintesi tra comfort food e “mangerei qui ogni giorno della mia vita”. E sì, anche il caffè aveva quel retrogusto di emozione e leggenda.
Dopo pranzo abbiamo fatto due passi, fermandoci davanti al cartello giallo “Tavullia” per la classica foto ricordo. Da lì, uno sguardo al panorama e un pensiero: qui, un ragazzo di campagna ha fatto innamorare il mondo intero con una moto.

Coriano e il Museo Simoncelli: un silenzio che racconta
Dopo la gioia piena di rumore di Misano e l’energia elettrica di Tavullia, il viaggio ha preso una piega più intima. Coriano è a pochi chilometri di distanza, ma l’atmosfera cambia completamente. È come se il tempo rallentasse, come se tutto – il paesaggio, le persone, persino l’aria – ti invitasse a fermarti, a respirare più piano, a ricordare.
Siamo arrivati al Museo Sic 58 con la voglia di conoscere meglio Marco Simoncelli, non solo il pilota, ma la persona dietro il casco, il ragazzo con la chioma ribelle e il sorriso contagioso che aveva fatto innamorare un’intera generazione di tifosi. E, lo ammetto, avevo anche un po’ di timore. Perché qui, la MotoGP non è spettacolo: è emozione pura, è assenza trasformata in presenza.
Il museo è ospitato nella Fondazione Simoncelli, un luogo curato con amore e rispetto dalla sua famiglia e dai suoi amici. Appena entri, vieni accolto da un muro di caschi: coloratissimi, personalizzati, ognuno racconta un momento della sua carriera. Non ci sono urla, né telecronache in sottofondo. Solo una musica leggera e i passi discreti di chi, come me, è lì per dire un piccolo grazie.
C’è la sua moto, ovviamente. E poi i video, le foto da bambino, i messaggi lasciati dai fan, gli oggetti personali, le lettere. Ogni dettaglio ti restituisce il ritratto di un ragazzo pieno di vita, di talento, ma anche di semplicità. Di uno che sarebbe potuto essere il tuo amico d’infanzia, quello che fa battute in motorino e sogna in grande.

Mi sono fermata davanti alla gigantografia con il suo sguardo fiero e allegro. E in quel momento, il silenzio è diventato un racconto: delle curve affrontate col cuore, delle risate nei box, delle corse sotto la pioggia, e di quella passione che ancora oggi unisce così tante persone sotto il numero 58.
All’uscita, c’è un grande albero di ulivo, e sotto, una panchina. Mi ci sono seduta qualche minuto, a guardare il cielo e a pensare che Marco non se n’è mai andato davvero. È lì, in ogni ragazzo che si lancia in pista per inseguire un sogno., nei fan che appendono la sua bandiera al balcone e nei bambini che guardano una gara per la prima volta e chiedono: “Chi era quel numero 58?”


Ecco, Coriano non è solo una tappa: è un momento. Un abbraccio silenzioso. Una carezza al cuore di chi ama i motori, ma soprattutto, ama le persone che li guidano.
Cosa mi porto a casa
Un cappellino giallo che non toglierò per giorni.
Un’espressione stupita quando qualcuno mi parlerà di setting delle sospensioni e io saprò cosa rispondere (più o meno).
La voglia di tornare, ogni anno, a respirare questa atmosfera.
Un rispetto profondo per un mondo che va veloce, ma insegna valori lenti: dedizione, passione, sacrificio.
E soprattutto, mi porto a casa una storia da raccontare, che non parla solo di moto, ma di emozioni. Di persone. Di piccoli paesi che diventano icone. E di cuori che battono al ritmo di un motore.
Info utili (e consigli da non perdere)
Quando andare: il weekend del GP di Misano (solitamente a settembre) è il momento migliore.
Dove dormire: Vuoi vivere anche tu un weekend tra motori, storia e piadina con vista mare? Dai un’occhiata agli hotel disponibili per il Gran Premio e prepara il tuo zaino da fan! Scopri un’altra struttura vicino al circuito.
Tavullia: visita il fan club VR46, il bar ufficiale, e il punto panoramico con la scritta “Welcome to Tavullia”.
Coriano: il Museo Simoncelli è aperto tutto l’anno con orari variabili. Controlla il sito prima di partire.
Cosa mangiare: piadina ovunque, ma anche passatelli, tagliatelle al ragù e, ovviamente, il gelato al gusto “46” se lo trovi.
Se sei arrivato fin qui, sappi che non sei più solo un curioso. Sei uno di noi. Uno che ha respirato l’aria romagnola, che ha urlato al passaggio delle moto, che ha sorriso davanti a una bandiera gialla e che ha lasciato un pezzetto di cuore tra Tavullia e Coriano.
E adesso? Adesso si aspetta il prossimo GP.
Silvia
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