Fare la valigia è, senza dubbio, uno degli sport più estremi che possa esistere. È un mix tra arte, scienza e… puro istinto di sopravvivenza. E come ogni vero artista, inizio sempre con grande entusiasmo. Stilo una lista infinita di ciò che mi devo portare, pronta a dimostrare a me stessa che questa volta sarò perfetta. Spoiler: non lo sono mai.

Comincio la mia lista con l’idea di preparare solo l’essenziale. Un paio di pantaloni, qualche maglietta, i vestiti per una serata elegante (che so benissimo che non indosserò mai). Poi, metto in valigia il doppio di tutto. Perché, ammettiamolo, quella maglietta che pensi di non mettere mai in realtà ti sarà utilissima – “non si sa mai“. Non voglio certo trovarmi senza, giusto?

Passano circa 20 minuti, e la valigia è piena. Piena, intendiamoci. Ma l’obiettivo non è certo riuscire a chiuderla, no. L’obiettivo è la perfezione. E così, iniziano i trucchi: l’arrotolamento dei vestiti (che evidentemente non ho mai imparato a fare bene), la tecnica del “butta dentro e spera che ci stia“. Dopo altri 10 minuti, la valigia è un insieme di capi di abbigliamento e accessori che si scontrano come un gruppo di turisti in una strada stretta.

Sento di essere quasi arrivata alla fine, ma c’è un problema: ho dimenticato qualcosa. Leggo e rileggo la lista e il Caricabatterie? Sì, ok, l’ho messo e l ho spuntato… Tappi per le orecchie? Sì, come fare senza… Passaporto? Controllato e spuntato pure lui… ma… dove diavolo sono le scarpe da ginnastica?

A questo punto, il piano originale di fare la valigia in 15 minuti si è trasformato in una sessione di yoga con tanto di contorsionismo. Sto cercando di chiudere la valigia tenendola con il ginocchio, mentre con una mano cerco disperatamente di far entrare quella maglia che so che non mi servirà mai, ma che purtroppo non posso lasciare fuori.

Il momento epico arriva quando finalmente riesco a chiudere la valigia. E quando dico “chiudere“, intendo che ci sono due zip che si incastrano perfettamente. Sospiro di sollievo, ma… aspetta! Ho dimenticato il beauty case. E quindi, comincio tutto da capo. E via, ora si può spuntare pure lui.
Alla fine, con la valigia che esplode di vestiti, calze e oggetti casuali, mi rendo conto che prepararla non ha mai davvero una fine. Perché, in realtà, non si tratta di chiuderla in modo perfetto. Si tratta di accettare che, una volta arrivata, troverò sicuramente un altro paio di scarpe che non mi serviranno. E, nel caso peggiore, posso sempre comprare qualcosa in più sul posto. Perché il vero talento del viaggiare è proprio questo: riuscire a fare la valigia con un sorriso, mentre speri che non ti venga chiesto di pagare per il bagaglio in eccesso.

E così, dopo aver combattuto con la mia valigia, che non è mai perfetta ma sempre ricca di speranze e sogni (e qualche calza spaiata), sono finalmente pronta a partire. In fondo, non è solo un’operazione logistica, ma è una metafora del viaggio stesso.
E sì, mi dimenticherò qualcosa ma la cosa più importante è che sto per partire. Perché, alla fine, la vera essenza del viaggio non sta nella valigia impeccabile, ma nella capacità di improvvisare, adattarsi e, soprattutto, godersi ogni momento del cammino.
Quindi, la prossima volta che ti trovi a lottare con la tua valigia, ricorda: non è mai la perfezione a rendere speciale il viaggio, ma tutte le piccole imperfezioni che lo rendono autentico. Ora, prendi quella valigia, chiudila con allegria e parti per la tua prossima grande avventura – perché in fondo, la vera bellezza del viaggio è sapere che, se tutto va storto, almeno avrai una storia da raccontare!

Silvia
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